Itinerari d'arte nell'Italia di oggi

Più materico è lo stile di Giancarlo Nucci, che parte dalla natura per dar vita a intense meditazioni, spesso intrise di spiritualità; tornando alle origini dell'informale, obiettivo della sua pittura, densa di colori, è l'interrogarsi sulla realtà e sull'essere, alla continua ricerca di un'epifania del Vero, che si manifesta nel gesto e in ciò che lo determina.

Paolo Bolpagni, 2015

Attraversare la terra

Una pittura, la sua, che a noi spettatori sembra a volte non concedere il tempo di andare a fondo; ma solo perché essa stessa tende ad essere fondo o, almeno, un certo fondo, magari provvisorio. Perché, a dir la verità, egli ha sempre cercato di vedere la realtà come fondo. Come a dire che tutto è dentro la materia. E così si spiegherebbe l'avvicinamento alla questione della sacralità. E questo cambia il modo di guardare a lui, ma anche a noi: l'informale oggi ancora di moda per dire di un "oltre", in lui si capovolge. Non che tutto sia a posto, ma questo ribaltamento - che è poi un ritorno all'origine dell'informale - cozza contro tutto l'indefinito, vago sentimentalismo che pervade la cultura odierna. E pone a noi serie questioni, non tanto di ordine artistico, ma esistenziale. Né poteva essere diversamente, perché l'estetica di Giancarlo Nucci è qualcosa che, per mezzo del colore, si fa interrogazione. Offrendo però anche una possibile risposta, solida e convincente, dove i limiti non sono un ostacolo, ma condizione ineludibile per un approccio vero al reale.

Camillo Ravasi, 2014

L'esito felice

[…] La lunga parabola pittorica di Giancarlo Nucci è frutto di un intenso corpo a corpo con la natura. Non è un diletto, non è un secondo lavoro, non è un passatempo. E' una parabola, appunto, che traccia in linea curva una vicenda silenziosa e concentrata, appartata, seria. Si confronta con la pittura dei grandi del secolo, li osserva, li conosce, li saggia. Li tasta come fossero le chimiche composizioni del suo primo lavoro, li prova quasi per sentire se hanno una qualche parentela con la sua indole. Li abbandona. La natura come destino, come fede anche, come vocazione.
Nucci comincia negli anni Sessanta con una sua misura elegante di realismo, filtrato attraverso gli echi lontani delle avanguardie novecentesche.
Se ne sente un pulsare sommerso e potente, destinato ad avere il sopravvento, a prevalere, in seguito. E' come se il pittore, dopo aver misurato la natura cercando di renderne le forme attraverso una sorta di riduzione geometrica, una stereometrica traduzione, fosse stato poi, a poco a poco, attratto dentro un meccanismo ancora più profondo.
L'adozione dei processi chimici agisce nella sua pittura raggiungendo risultati opposti a quel che ci si aspetterebbe. Nucci infatti li adopera per accostarsi ancora di più alla sua approfondita immersione nella natura e sembra che la chimica lo aiuti a liberarsi ulteriormente di tutto quel che è superfluo, la cultura, la presenza di modelli, gli echi dei maestri, la storia.
"Sorge spontanea la domanda se il suo sapere non l'ostacoli piuttosto che aiutarlo", si domandava Caspar David Friedrich nei suoi Scritti sull'arte, parlando di un immaginario pittore. E gli rispondeva, per sé e per tutti: "L'esito è felice quando la testa, il cuore e la mano procedono uniti". Il più grande e misterioso protagonista del romanticismo d'Europa afferma una verità che si addice particolarmente a Giancarlo Nucci. Dunque ritorna al suo passato, alle visioni della sua nativa Rimini esposte in questa mostra con una ritrovata giovinezza, una rinnovata purezza, una netta convinzione.

Beatrice Buscaroli, 2007

Stagioni dell'anima

[…] Leggo i dipinti di Giancarlo Nucci - sì perché la pittura si può leggere, come si fissano gli occhi sulla pagina di un libro, come si sfoglia uno spartito di musica, come si guarda un panorama di natura - come racconti di diverse stagioni dell'anima, nella raccolta dal titolo "Opere recenti". Sì, perché anche l'anima ha le sue stagioni, non solo perché lo spirito "sente" i rigori dell'inverno, respira la brezza di primavera, trasuda la canicola dell'estate e si illanguidisce per i colori dell'autunno, ma soprattutto perché l'anima è il sentimento di una natura che è il corpo allargato dell'uomo.
Attraverso l'occhio e la mano, il gesto della pittura abita gli spazi dell'intimo, increspa l'animo che è come l'epidermide di quel santuario segreto che è la coscienza, psichica e morale. Gli antichi la chiamavano anima, i moderni coscienza, i contemporanei sentimento. Attraverso il corpo – e la sua lanterna che è l'occhio – anche l'anima ha le sue stagioni.
L'anima scala montagne inaccessibili, sfida orridi fragorosi, ascolta la musica di concerti marini, abita paesaggi incantati di itinerari sognati. E sale percorsi impervi che contrassegnano una stagione interiore. Mi sembra questo il filo rosso dei "Percorsi recenti" di Nucci, che dipingono stagioni dell'anima, prima che rappresentare frammenti del mondo. Perché la pittura è questione di sguardo e di luce. Senza l'uno e l'altra il colore non si accende. E così ne ascolti anche il racconto. Così mi pare di sentire la narrazione, che sgorga fluida quando ne attraversi il percorso interiore.

Franco Giulio Brambilla, 2006

La musicalità di Nucci

[…] Nel 1981, al Meeting di Rimini, Nucci incontra Bill Congdon, con cui scopre di condividere la predilezione per la spatola e per la materia. Nel grande artista americano dell'action painting, della Guggenheim e di una storiografia immensa, precedente e seguente la conversione al cattolicesimo ad Assisi e il definitivo trasferimento a Gudo, nella bassa milanese, Nucci deve aver colto il fascino della profondissima ricerca spirituale, percepibile tanto nell'iconografica cristologia, quanto nei campi d'orzo, e la stessa propensione a concepire l'orizzonte della realtà come l'oltre verso cui spingere lo sguardo.
Ripenso a tutto ciò mentre riguardo, dopo anni, i dipinti di allora e li confronto con quelli che Nucci ha via via dipinto, fino ad oggi. Me li mostra divisi per cicli, secondo un ordine scrupoloso e catalogatorio che rivela la natura del chimico, mentre io, rompendo le righe, mi ritrovo a comporre nuove associazioni, seguendo un fil rouge mentale che mi presenta sequenze inedite e sorprendenti.
Che ci fa quella Colata del '97 con il Crocifisso del 1987 e entrambi con gli Orridi del 2000? E perché qualunque dipinto guardi mi vien naturale ripensare al Ciclo dei Concerti?
Nucci lavora con grande coerenza e rigore indefesso. Il tema della sua pittura può variare nel tempo e nelle forme, ma il ritmo incalzante determinato dai contrasti fra i chiari (luminosissimi, quasi sciabolate di luce) e gli scuri, richiama i dipinti fra loro e li raccoglie in gruppi, dove sovrani sono il colore e, per l'appunto, la luce. Da essi si sprigiona una musicalità che non conoscevo, un'armonia strettamente legata ai rapporti numerici che sussistono tra gli spazi, concepiti in rapporto fra loro e i colori, quasi l'artista lavorasse sugli spartiti.

Paolo Biscottini, 2006

La roccia

[…] Un percorso difficile che a volte scoraggia perché chiede costantemente di più: la tavolozza domanda sempre più attenzione, sempre più idee, ma proprio questo confronto continuo è l'anima del lavoro di Nucci: nelle sue scalate, come nei suoi lavori emerge l'anelito di una personalità che sempre intende mantenere vivo il dialogo con l'universo, alla ricerca del significato profondo delle cose come degli eventi. Il magma dell'anima si vuole ritrovare sulla tela. La roccia, inerte, si riempie di spirito.
Tutto l'universo è in movimento e le creature dialogano tra loro. Così come le sensazioni: La mia montagna dentro e Orrido II sono solo alcuni esempi di come Giancarlo Nucci descriva se stesso in rapporto alla montagna. Come a dire che è grazie alla relazione con il mondo che scopriamo noi stessi. Entrambi i lavori portano nello spazio del quadro il tratto di una apertura centrale verso una terza dimensione che spesso in pittura rischia di essere sacrificata. E' il bianco che risucchia lo sguardo dell'osservatore dentro la realtà della montagna, quasi a invitarlo a penetrare quella materia scabra che a volte sembra ostile, ma che in verità custodisce un mondo di quiete fatto apposta per meditare.

Sabrina Arosio, 2002

Epifanie del bello

[…] Il suo lungo confronto con la materia, tuttavia, per il quale non teme di ricorrere a tecniche ardite e sperimentali, non è ansia futurista, desiderio prometeico di sottomettere il reale alle forze di trasformazione dell'uomo. Il pittore monzese è invece umile nel senso originario di vicino all'humus, alla terra che feconda e dà vita. Nei suoi quadri prevale una pietas dal sapore biblico e virgiliano che vuole scavare ed immergersi nel seno della terra, madre e vergine nello stesso tempo, quasi per riconsegnarglisi come il figlio che adagia il capo sul grembo materno in un inconscio ma intenso desiderio di origine e di affidamento definitivo.
Il motivo della distinzione e della verginità ricorre in modo particolare in quest' ultima mostra dedicata alla fusione dell'oro, metallo nobile […] Dalla separazione si sviluppa la successione dei quadri: Colata, Incandescenza, Fango Lucente, Argento Vivo. La ricerca del metallo giallo diviene allora sottile metafora della vita, perenne cammino verso quel centro non localizzato in direzione del quale cavalcavano senza sosta gli antichi cavalieri.
I quadri di Nucci diventano allora delle epifanie del bello, delle icone, come egli ama definirli, che indicano la direzione di una purezza e verginità incontaminate, di un centro che con il suo splendore attrae ogni uomo desideroso di trascendere la scoria in direzione della perla preziosa che nobilita e salva la vita.

Elio Guerriero, 1997

La creazione di Nucci

[…] La fecondità della vita, la sua forza propulsiva, la sua ascesa inarrestabile sono gioia per l'uomo e la donna. Ne godono intensamente camminando con innocenza nel giardino, prima che la mano rapace possa piegare il ritmo della creazione al loro desiderio ingordo. E senti risuonare la musica dei gigli del campo e degli uccelli dell'aria, e ascolti la danza di fratello sole e sorella luna, e ti colpisce lo scrosciare dei fiumi e lo sciabordare delle onde, e su tutto la luce che accende la mente e l'emozione alla lode cosmica per il dono di Dio.
E vedo, mutando l'angolo dello sguardo, come una forma che ha volto e braccia d'uomo, quasi impercettibile disegno che è inciso nel giardino. E osservo come la sua figura sia così simile alle linee dei crocifissi di Nucci. La testa reclinata, le brac­cia distese raccolgono la sofferenza amorevole del Figlio dell'uomo, che avvolge tutto il creato gemente per le doglie di un nuovo parto.

Franco Giulio Brambilla, 1996

Quando la terra non aveva nome

[…] Con i suoi quadri, che sono un viaggio nell'essenzialità, all'interno della terra, della luce e dei suoi colori, Giancarlo Nucci dice, allora, che la terra è buona e bella, che i colori sono un concerto, che le forze primordiali sono ora disposte in giardino, pronte ad accogliere il passaggio dell'uomo. Questi può rivoltarsi come Gilgamesh o Prometeo che lotta con Dio per sottrargli il segreto della vita oppure coltivare piamente come Enea o i monaci dell'occidente che affondavano l'aratro quasi come il sacerdote celebra la liturgia, attenti a non recare offesa empia alla terra genitrice.
Giancarlo Nucci non è un pittore che cede al pensiero debole, alla moda di uno sguardo transitorio e fugace. Il suo quadro è slancio verso l'origine della vita, invito pressante all'accostamento e al silenzio.

Elio Guerriero, 1996

Percorso

[…] Non c'è opposizione fra i paesaggi del ricordo della stagione riminese e gli spazi equilibrati senza alcuna preoccupazione formale, degli ultimi lavori; non si tratta dell'evoluzione, peraltro legittima, dalla figura alla non-figura, ma del progredire lento dall'analisi alla sintesi. La forma non è negata, ma ne è superflua ogni definizione per dettagli: la materia cromatica densa che si impone sulla tela ha in sé tutta la valenza segnica e costruttiva che può prescindere dal dato di natura.
È una figura sintetica la sua, che impedisce ogni distrazione: la ricerca si concentra sull'elemento germinale, non sempre simbolico, dell'esperienza insieme pittorica e umana; l'atto comunicativo si esaurisce in sé.
E strumento di questa forma ritrovata non è mai, paradossalmente, la linea ma la materia-colore. Anche nelle opere di Nucci più lontane nel tempo, è evidente una cultura della tecnica che la eleva da mezzo espressivo a elemento del messaggio. Nessuna dicotomia quindi ma ancora unitarietà.

Donatella Volontè, 1994

Nella pittura di Nucci

[…] Un altro elemento evidente è il progressivo raggiungimento di una capacità di sintesi che consente passaggi ulteriori, una sintesi che potrebbe appagarsi di se stessa o aprirsi ad ulteriori tensioni formali. Sembrerebbe quasi di avvertire un certo distacco dalla consistenza materica nella scelta di mezzi più poveri nella ricerca di una più intensa interiorità, forse anche di più sottili componenti spirituali, come se si volessero percepire armonie più profonde e segrete.
Nei crocifissi segno pittorico gesto e autonomia estetica della materia acquistano una particolare densità di autonomia e di rapporto: si percepisce la chiara presa di coscienza della inarrivabilità del mistero, pur presente e dispiegato. C'è un esserci, ma tendenzialmente non del pittore, l'esserci di un Altro, uomo e Dio.

Maria Antonietta Crippa, 1992

Le crocefissioni di Nucci

[…] E ci si chiede se il ricorrere di tonalità dominate dal nero non esprimano l'impossibile tensione a sanare quel «mal di vivere» che ci portiamo appresso. Ma, insieme, lo sfondo amorfo, segnato da rughe e crepe profonde, è come irrorato dal rosso carminio del sangue di Cristo, che interrompe e scompiglia la dura crosta dell'umanità che accoglie nelle sue braccia tiepide quell'insuperabile sacrificio.
Allora, anche quel volto senza nome, quel corpo senza forma, trafitto in ogni sua parte, ci appare di più che il riverbero del nostro dolore, il riflesso della nostra lancinante invocazione. Lo sfondo non sfigura più a sofferenza del «Crocifisso»: la sua potenza intima irradia una forza, che noi non si sa produrre, che non è frutto solo del nostro agire e della nostra tecnica, ma da cui veniamo risanati come terra riarsa, come deserto arido, come sorgente che inizia a zampillare di nuovo.

Franco Giulio Brambilla, 1990

Concerto materico

[…] Il titolo è un ossimoro, una contraddizione in termini. Dove può, tuttavia, sussistere tale improbabile relazione se non in una realtà artistica? Esso mi è parso particolarmente efficace per identificare l'ultima produzione di Giancarlo Nucci, quella in cui, si direbbe, l'artista abbia raggiunto una sua più piena e autonoma espressione.
Dalla scura materia fluida, paragonabile alla sostanza misteriosa dell'universo, che nasconde un'inestinguibile forza rigeneratrice, il pittore trae la sua musica.
Interviene nella sostanza, facendosi da essa stessa condurre, disvelandone in fondo un già dato e le note graffite nella materia lasciano affiorare un colore perduto in un'intensa e vibrante armonia.
Tali ultimi esiti sono rintracciabili in un lento e appassionato percorso che, radicato nel naturalismo lombardo, a partire dagli anni Ottanta, si è incamminato via via verso altri orizzonti del reale, attraverso una progressiva astrazione nel filone post-Informale.
La personale dell'85, alla Galleria Civica di Monza, già individuava decisamente questo nuovo orientamento del pittore. Egli esibiva in quell'occasione una serie di opere profondamente omogenee tra loro, che Paolo Biscottini, nel suo testo, aveva intitolato, secondo quella partico­lare coerenza formale, «naturalismo astratto».

Cecila De Carli, 1990

Il luogo e la forma

[…] Questo è senz'altro un elemento nuovo nella ricerca di Nucci: il bisogno di allontanarsi dal magma indistinto delle sensazioni che muovono erraticamente il gesto e suscitano bagliori vulcanici, per conquistare valori formali nuovi. In essi consiste la proposto di un'arte che avviene per processi freddi, nella determinazione concettuale.
La mente allora, non più il mondo naturale (ed è la seconda novità nell'opera di Giancarlo Nucci), appare il luogo germinale di una ricerca artistica tesa alla individuazione di una realtà a se stante, nuova, capace, nella sua forza simbolica, di sintetizzare il tutto dell'artista in un momento di unità profonda e di riconquistata identità.

Paolo Biscottini, 1990

Il naturalismo astratto di Nucci

[…] E l'arte è per Nucci forse proprio questa ricerca incessante di una chiarezza che l'artista sente di dovere a se stesso, alla propria umanità. Nulla credo si potrebbe intendere di lui se non ponendolo in questa prospettiva che lo guida in un lavoro continuo in cui ogni opera, pur ricollegandosi strettamente alla precedente, tanto da poter ravvisare una linea pittorica d'estrema coerenza, appare sempre come un punto fermo. Un momento di chiarezza. Il che non significa, si intenda, che l'opera sia per l'artista un punto d'arrivo – ché anzi di lì il percorso riinizia ed ogni quadro pare già contenere l'embrione di quello successivo – ma semplicemente il luogo in cui ciò che forse confusamente la mente, la fantasia e il cuore avevano avvertito, si confronta con l'intelligenza e quindi con la ragione, trovando finalmente la sua logica. La sintesi consiste in ciò […].
Una sorta di identità uomo - artista che lo porta a ricercare nella sua stessa esperienza quotidiana e lavorativa spunti e metodi per la creazione. Così il chimico presta al pittore il "catalizzatore", ossia quel prodotto che serve per favorire reazioni chimiche o biologiche e che qui, grazie alla sua porosità, consente di inglobare pigmenti ed olii favorendo una resa luminosa in cui si ravvisano ricerche di opacità e di lucidità che, nell'accostamento, valgono a creare effetti di mobilità e drammaticità atmosferica. E si scopre allora una ricerca tecnica accuratissima e meticolosa, tutta al servizio di una pittura calibrata e sapiente che si avvia a forme sempre più alte di intensità poetica.

Paolo Biscottini, 1985

Presentazione mostra Macherio

[…] Nucci, pittore. Una personalità difficile e candida al tempo stesso. Di quelle che non si accontentano del bello che l’Accademia gli ha insegnato a fare. Vuole qualche cosa di più. Vuol scavare nel suo “io”, capire, perché non può limitarsi a disegnare con garbo e colorare gioiosamente.
Ci sta a distruggere le sue costruzioni, assoggettarle ad una rivoluzione in cui la sfera cromatica gioca la sua parte e determina l’astrazione pura, senza indulgenze e senza ripensamenti. Anche la materia è strumento indispensabile in questa viscerale ricerca del contenuto.
L’esplosione di nuovi accostamenti non è casuale ma è parto di attenta ricerca tecnica., è prodotto di uno scrupoloso studio molecolare, volto ad ottenere forme ed effetti plastici, sotto certi aspetti, irripetibili, perché misteriosi nella loro origine, ma autentici e vicini alla volontà dell’artista che non si propone di meravigliare ma di convincere, prima se stesso e poi il mondo che lo circonda […]

Giuseppe Casiraghi, 1981